I beni confiscati rappresentano una possibilità concreta di creare economia sociale quale antidoto dell’economia criminale. Una realtà di sviluppo a beneficio della collettività intera ed è per questo motivo che non ci si può permettere il lusso di affrontare il riutilizzo con approssimazione o con il rischio di commettere degli errori nella gestione. La normativa di riferimento, la legge109/96, invidiata all’Italia dall’Europa, è chiara. Il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati, precisa peculiarità della nostra normativa, è indubbiamente la risposta più efficace agli illeciti interessi della criminalità organizzata. È importante però che questo venga vissuto in una prospettiva di crescita occupazionale, di infrastrutture e di innovazione. L’alterazione del sistema economico che ha fatto arricchire la camorra e le altre mafie divorando ogni cosa possibile può essere corretta riportando i processi produttivi, le relazioni commerciali, lo sviluppo urbanistico verso un percorso civile e legale.
Se le premesse sono chiare altrettanto chiara deve essere, infatti, la prospettiva di sviluppo etico e sostenibile che le comunità hanno la possibilità di attuare. I grandi risultati che già si registrano con il riutilizzo dei beni confiscati sono sotto gli occhi di tutti ma dobbiamo spingerci oltre senza il timore di parlare di management, marketing, vendite e di innovazione. Le organizzazioni che riutilizzano beni confiscati e che promuovono uno sviluppo a partire dal basso scrivono ogni giorno il capitolo delle buone pratiche in grado di essere forte collante rigenerativo.
